Poi, siamo tutti cattivi. Siamo tutti cattivi, dentro, anche se in minima parte. Anche se mediamente, anche se enormemente. Ci guardiamo l'un l'altro nella nostra esistenza e ci invidiamo le cose più svariate. Vorrei, saprei, comprerei, tenterei, avrei, mangerei, berrei. Senza sapere di cosa parliamo, senza sapere che cosa ci porta a scegliere una determinata cosa al posto che un'altra, come un branco di poveri cretini barcollanti con gli occhi bendati, ma da una stoffa non abbastanza spessa da impedirci completamente di vedere attraverso di essa il mondo.
Io credo nella tristezza dietro la cattiveria, ci credo profondamente.
La cattiveria viene da altra cattiveria. Come una pianta che ha radici intrecciate ad altri rami di una pianta ancor più sotto, in un mondo sotterraneo che a sua volta continua a scendere senza sosta, senza fine e senza senso fino al centro della terra e ritorno. Il male è l'altra faccia. L'altra. Solo qualcosa che sta dietro. Dietro a cosa? Dietro noi, dietro a voi. Dietro alle lacrime, che colano dall'opposto. Macchiate, lacrime ingiuste. Da cosa scaturiscono? Cosa c'è, prima? E se c'è qualcosa prima, cosa fa cambiare le cose tanto da permetterci orrori che di umano non hanno niente? Domande che non hanno una risposta ma milioni. Nodi che è impossibile sbrogliare. Ci sono colombe che volano per miglia e basta una frazione di secondo, perchè muoiano.
Quando nasciamo, siamo fogli di carta. Bianchi, immacolati, usciamo dal ventre di chi ci dona la vita, che è già oltre. Che è già conseguenza, è al secondo o terzo giro del ciclo dell'essere, indipendentemente dalla strada che ha preso. Noi siamo tanti libri intrecciati insieme con pensieri azioni emozioni movimenti sguardi e pianti. Quando veniamo al mondo siamo carta umida, bagnata dal liquido amniotico che è a sua volta vita e dalle lacrime. Noi veniamo alla luce piangendo i peccati di chi ci concepisce. E cominciamo la nostra storia con una prefazione che ci scrivono. Che ci fanno vivere, e non viviamo nel pieno della nostra coscienza. Da una faccia o dall'altra. Ma noi abbiamo soltanto una concezione del tutto. L'innocenza che chi ci concepisce ha ormai perso. In qualunque modo concepisca la vita, noi siamo altro.
Oh sì, noi siamo altro.
I giorni si staccano dall'anno come foglie dagli alberi in autunno, il tempo ci vede crescere e cambiare. Dopo qualche mese, cominciamo a esplorare. Scoprire che il mondo è vasto, e noi abbiamo soltanto due mani e un paio di pupille che hanno sete e inghiottiscono tutto quanto ci circonda silenziose, piene di stupore meraviglia, risate e qualche volta dolore. Sbagliamo in buona fede, facciamo le nostre esplorazioni, sondiamo come possiamo e come dobbiamo. Anche come non dovremmo, ma chi ci può imporre regole, fino a che siamo bambini? Noi vediamo oltre i muri delle bugie degli adulti con occhi puri e senza macchia, possiamo fissare il fondo del bicchiere dall'alto.
Ma le cose cambiano ben presto e con il nostro crescere cominciamo a percepire di più. Farci domande che richiedono spiegazioni sempre più complesse e che a volte risposte, proprio non ne hanno. Cominciamo a vedere con altri occhi. Scopriamo la menzogna. Scopriamo che dire, non è per forza essere. Scopriamo che la verità non è dietro le parole di tutti, non nei cuori di chi ne predica il verbo o crede di farlo. Come una strada che comincia a biforcarsi, una volta, poi due, poi cento, poi mille. Infinitamente. Cominciamo a ricevere. Poi riceviamo più di quanto vorremmo, e il peso nella testa e nel cuore impercettibilmente prende ad aumentare, schiacciandoci. Abbassandoci e facendoci rendere conto che il bene è solo una parte di quel che è contenuto nel mondo. Cominciamo a vedere o subire le ingiustizie. La violenza, la menzogna, il tradimento, da parte dei famigliari, degli amici, dei conoscenti e degli sconosciuti. E guarda quelle pagine.
Alcune ingialliscono.
È il dolore, la prima cosa che ci coglie. Una volta subito, scoperto, capito, noi proviamo dolore. Dolore immeritato, ingiustificato. Che cosa c'è al centro del petto di così fragile pieno di sofferenza, non riusciamo davvero a concepirlo ma è così. Siamo ben tristi creature, in seguito. Cercando, sfogliamo noi stessi, gli uni con gli altri, cercando risposte, ed ancora c'è la purezza, ma è incrinata da qualche cosa che ormai è entrato dentro di noi. Il seme di quella pianta che è il male, è soltanto il dubbio. E dubitare del prossimo, è bruttissimo, poiché la fiducia che prima era elargita indifferentemente a tutti, da qualcosa di bello diventa qualcosa di prezioso. Prezioso, poiché problematico, se dato alle persone sbagliate.
C'è uno scatto, per alcuni di noi, nel corso della propria esistenza.
Poiché colpiti dall'amarezza dell'essere feriti, noi cominciamo a smettere di credere. Credere che tutti siano buoni, credere che ci sia del buono in ognuno di noi, anche se in realtà è così, alla fine delle danze. Smettiamo di credere nella felicità e rivoltiamo le armi che hanno usato contro di noi verso il prossimo. Non porgiamo l'altra guancia, ma tiriamo indietro lo schiaffo, per non essere sopraffatti, calpestati, da coloro che hanno valori completamente differenti dai nostri. Per non sentirci deboli. Per non esserlo probabilmente. Le sfumature diminuiscono e tutto diventa un film in bianco e nero che lascia trasparire soltanto diffidenza verso tutti. Ci si può fidare di qualcuno, ma di chi non si sa, di chi non si conosce, come si fa? Potrebbe ferirci, pensiamo.
Anziché pensare che potrebbe non farlo.
E del resto non è possibile dare un torto neanche a queste persone, poiché c'è chi prende bivi tali da essere portato a ferire, per trovare nel dolore altrui la propria felicità. Credere di trovare o forse trovare per davvero, non possiamo saperlo. Non posso, poiché per me non è così che funziona la vita.
Così io mi spiego la tristezza dietro al dolore. Quell'innocenza infranta che ha cocci tanto taglienti che le persone più sensibili, deboli, sconfortate o come le vogliamo chiamare, non reggono e si spezzano a loro volta. Annichiliscono il mondo dell'innocenza dandogli una fine amara per l'inizio di qualcos'altro. Cominciare a cercare la purezza dell'oscurità. Che è purezza a sua volta, ma ben più nefasta.
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C.
Dolce aspro e amaro si fondono
E tra un sorriso, un pensiero e una lacrima c'è lo spazio di un niente,
un battito.
Di tempo
Ciglia
Cuore.
C.
Due travi di ferro che ascendono dal terreno e mi frantumano le gambe. Mi sveglio così in questa notte odierna, musica delirante nella stanza bianca illuminata da una lampada a risparmio energetico coperta da una plastica, mura intorno, scrivaniadavantivestitiaddosocomputermanichescrivonoepensiero. La notte mi fissa con i suoi occhiali a forma di finestra, la maniglia chiusa, le lenti doppie in vetro, rettangolari ma verso l'alto anziché orizzontalmente. Le luci delle stelle e della città, nei suoi occhi, trasudano vita, e l'elfo con i Ray-Ban come sempre sorride con i suoi quattro denti-faro-da-stadio.
Uhm.
Cosa stavo facendo? chi sono, ma soprattutto, perché?
:D
E questo non senza ironia!
Questa sera mi sono recato al Teatro Sociale di Bellinzona e mi sono guardato uno spettacolo comico di Dario Cassini, intitolato "Il triangolo nelle bermuda". Mi sono divertito come poche altre volte nella mia vita, e consiglio a chiunque mai ne avesse l'eventuale occasione, di andare assolutamente a vederlo, sarebbero soldi più che ben spesi! Cassini ha saputo dimostrare di essere una persona sincera e divertente, ha trascinato tutto il pubblico ed a sua volta si è fatto prendere dalla foga tanto che abbiamo saltato alcuni punti dello spettacolo addirittura per mancanza di tempo (e risate e battute con il pubblico più che abbondanti!), ed inoltre all'entrata del teatro sono stati distribuiti bigliettini dove di dovevano scrivere
Nome, cognome, età, sesso, stato civile, professione e...
Sogno erotico ricorrente.
Per mezz'ora di spettacolo lettura e commento :D dei migliori sogni tra cui il mio, che per decenza...forse prossimamente scriverò :P
Davvero molta creatività e soprattutto improvvisazione e partecipazione del pubblico. Sono ancora tutto in foga hehe
Vabeh, oltre a questo tutto bene. Ho persino pensato di aver perso il cellulare ma a casa l'ho ritrovato.
Bonne nuit lettori, il post è finito, andate in pace.
hehehe
C.
Si possono comprare tante cose dove viviamo. Si possono dare, ricedere.
Un televisore nuovo,
un impianto stereo,
una macchina,
un rene.
ma non si può comperare la felicità. Non si può provare la felicità così, a comando. Dipende tutto da noi. C'è chi senza un particolare bene materiale sta bene, poiché vede il mondo come un luogo pieno di felicità, o di semplice possibilità.
Apertura mentale che permette di sorridere, oppure benda sugli occhi che ci nasconde una realtà più triste, cruda, di quanto siamo disposti ad ammettere di vivere?
C.
"È inutile piangere sul latte versato"
Quanto è vero maledizione :D
C.
La locarno del dodici di maggio del 2007 mi torna a vivere dentro, appena abbasso definitivamente le palpebre. È qualche giorno fa, e sto addormentandomi, infine. Il paesaggio mi riempie i polmoni, mi sfiora la pelle. Reale, assoluto. La riva del mare mi si palesa davanti in tutto il suo splendore, come uno splendido quadro vivo, qualcosa che è fatto di colori quasi assurdi nella loro tangibilità. La spiaggia che curva quasi a cercar di mordere l'oceano con una baia che è una chela aperta di roccia immersa in tonalità di blu che si fonde con il chiarore di un sole che splende leggero, evanescente, a scheletrizzarne la superficie.
Una scogliera, subito a lato, a strapiombo, come un salto, come velocità a mille nell'aria a guardarsi venire incontro un terreno fin troppo duro per le proprie ossa. Cercando l'impatto, da quel palazzo che posso vedere ergersi sopra la mastodonticità della roccia quasi nera. Un palazzo che conosco e non ho mai visto. Tutto è avvolto, mi sembra, di una patina che lo rende brillante, splendido, perfetto.
Irreale. Così comincio a muovermi, con la meta ormai impressa nel cervello a fuoco.
Le strade, le persone si susseguono una dopo l'altra e come guardando un film procedo, senza capire come mi muovo e dove vado, ad un certo punto. Oltrepasso il lido di Locarno con il suo edificio di entrata in cemento armato, il prato e le piscine. La zona è deserta ora, mi guardo intorno. Alberi, pochi rumori, così mi rimetto in moto, infilo le mani in tasca prendo una sigaretta la accendo. I colori cambiano in continuazione, e mi ritrovo a camminare nel cremisi di un tramonto. Locarno è tremendamente grande, il sogno. Ma questo non lo posso sapere, e lo stadio raggiunge la mia visuale. Non manca molto, e la sua figura cupa e massiccia nella notte, con qualche sporadica luce mi fa pensare al cranio decomposto di qualche bestiaccia malata.
E dopo il lungo giro, raggiungo il palazzo che avevo visto da sotto, mi trovo a salire gli ultimi tratti di strada che mi porteranno ad essere in cima alla scogliera, quando anche l'ultimo raggio di luce si arrende alla inevitabile venuta della notte pian piano. E raggiungendo la porta, poggio la mano sulla superficie lignea. Questo è il Santa Caterina, realizzo. Come un fulmine a ciel sereno, la realizzazione, la comprensione. Qui allora la notte mi ha portato. Spingo, è aperto ed entro in quegli ambienti che credo di conoscere. I corridoi, le luci tenui, le stanze dal soffitto alto e la moquette verde spento, vecchio ovunque. Grandissima. Poi un gruppo di persone in un corridoio mentre cammino li osservo, li ascolto. Voci note.
"Non posso credere che sia..."
E mentre questo pensiero mi si forma nella mente una figura nel gruppo si sposta di lato, a scoprire una cassa alta circa un metro con seduta sopra una ragazza, vestita con gonna nera fino al ginocchio e top bianco.
Raggiungo loro, che nel frattempo uno ad uno si sono voltati verso di me a seguire i miei passi, le espressioni enigmatiche o semplicemente indecifrabili. Senn, Baldi, Berti, Keppie, Nakita , Giulia, Sharon...
Sorrido lieve. Sono felice di rivedervi esattamente come lo ero in quel periodo. E poi tu, che mi fissi silenziosa. Vedo cosa reggi tra le mani, quando riabbassi il capo e prendi a dedicartici. Una frusta, che al posto della corda ha due scheletri di serpente, che finiscono con piccoli crani dai denti aguzzi. La tua arma. Quanto abbiamo passato a lavorarci? Quante risate e scleri e alla fine...la soddisfazione cazzo. Qualcosa di nostro.
"Bisogno di ricambi?"
"Mh. No, è soltanto in fase di pulitura, ma ho quasi finito."
I rumori di scatti che provengono dalla frusta infatti si fermano ben presto, ed allora lei si alza, e la fa schioccare, una sola volta. Prendono vita i serpenti, e i loro occhi rimangono buchi neri da colmare. Sbattono le bocche e ondeggiano per loro volontà quasi, assolutamente letali.
"Bentornato."
"È bello tornare.."
DRIIIIIIIIIIIIIIN......
Ed ha una fine anche la Locarno del 17 di gennaio.
C.
Cerchiamo tutti una strada nel nostro vuoto.
Come uno scintillio, quando svegli la mattina guardiamo attraverso il vetro di una macchina che sfreccia sull'asfalto. Notte ancora, e notte tornerà, prima di uscire da quella prigione che chiamiamo giornata lavorativa, lavoro, guadagno. Vita. Che cosa abbiamo, qui? Pochi oggetti nelle tasche, indubbiamente. Qualche nota nelle orecchie, forse, ma niente, niente dentro. Siamo soltanto vuoti burattini gettati ai bordi di una strada, ormai inutilizzabili, dai colori sgargianti coperti dalla nostra stessa oscurità interiore. Siamo sporchi.
Questo sporco me lo sento addosso, quando il sole splende fuori la finestra ed io lo posso soltanto avvertire senza vederlo, attraverso quelle piccole feritoie, quelle grandi pareti di cemento armato. Quegli opprimenti soffitti di metallo.
Che cosa si nasconde dietro quegli orizzonti fatti di montagne, neve e nuvole?
Lasciamo dietro di noi soltanto respiri già meno caldi di prima, e ci avviamo in una giostra che continua a girare lenta, senza sosta e senza meta. Da nessuna parte, una volta scesi ci chiederemo il perché di tanta fatica, se soltanto i nostri occhi hanno visto qualcosa di diverso. Se soltanto il nostro cuore è rimasto vuoto di fronte alla bellezza, poiché son altre le cose che dovrebbero riempirlo. Riempirci. Alziamo lo sguardo cercando di vedere una realtà più grande, al posto di abbassarlo e vedere che negli atomi sotto, dentro e intorno a noi scorre la vita. Quell'elettricità così assurda, quella carica tanto insensata da portarci via il sonno.
E talvolta il respiro.
Le parole scambiate hanno il peso di una piuma, il rossore sul viso quello di un'incudine posata sopra il petto. Quando smettiamo di essere umani e diventiamo diavoli, angeli? Ci sono attimi, nella mia esistenza, in cui vorrei capire cos'è, quel vuoto al petto che sento, attimi in cui mi piacerebbe realizzarlo. Concretizzarmelo davanti, piangere e urlare, conficcarmelo ancora dentro al petto, tangibile e sentirne il calore freddo che sprigiona come qualcosa di fisico. A volte sento tornare la voglia della lama, del metallo.
Come un risveglio.
Come aprire gli occhi e realizzare in un secondo che quel che stai guardando non è un piatto film, non una soap opera di infima qualità senza cambiamenti né schemi. È la tua vita, e ci sei dentro fino al collo. Rischi di annegarci, e nel suono di una televisione senza il canale, che sfrigola fra le tue tempie, automa ti avvii a svolgere i tuoi doveri a cervello spento. Cosa ti spinge a farlo? È questa la gioia di vivere?
Non so, temo di averla dimenticata nel cassetto del comodino.
E cammino come ricordare di averlo fatto, un tempo. Spiagge che non ho mai realmente toccato con gli occhi sono mie più di quanto lo siano queste mura che racchiudono e rinchiudono. Questi rapporti tra persone che si formano e si sfaldano. Si formano e si sfaldano, come un gioco che continua anche dopo essere finito. Ricomincia.
Soltanto accordi di chitarra e sangue che si susseguono, un battito dopo l'altro di batteria che è il cuore. Non amo? Sbagliato. Amo perdutamente. Amo smisuratamente, tutto quanto quel che mi circonda. E soffro, nel vedere che cosa è il mondo in confronto a cosa siamo noi. E come lo stiamo riducendo. Ci stiamo riducendo. Si stanno riducendo. Ridurranno.
Mi ricordo poco della mia infanzia e lo dico davvero, non scherzo. Mi ricordo poco dei giochi, delle mie risate insieme ai genitori. A mio fratello. A vent'anni mi guardo alle spalle e ho un sentiero che vedo e dico...
"Che cosa ho fatto...."
Eppure sono sicuro che qualcosa ci sia. Dietro tutto e in tutto quel che vedo c'è qualcosa che possiamo percepire, che ci fa essere quello che siamo. Che ci spinge a vivere e viverci nella nostra completezza. Onde che vibrano senza una sequenza nell'aria, vibrazioni e percezioni che ci attorniano con colori sgargianti tanto da ammaliarci. Amore.Passione.Amicizia.Rispetto.Onore.Gioia.Speranza.
Speranza.
C.