Pensosamente.
Come guardare il cielo fosco di nuvole grigie, scure, che lentamente comincia a fallarsi. Riempirsi di chiazze che si aprono sempre di più, quasi a voler squarciare una superficie di pianto, che ha purificato il nostro cuore, solo per un po', dopo averlo cullato in malinconia insensata. Apparentemente.
Serata strana, giornata uguale, come avvolto in un altro manto, in un altra aria. Solo, come del resto sono sempre stato. A guardare la natura che lentamente muore. Che comincia a sfiorire. Senza violenza, o fretta. Semplicemente si lascia andare come a un sonno, dopo lungo tempo sveglia, viva, pulsante di mille colori. Di calori sconosciuti o apparentemente tali. Profumi che inebriano, che sognano e fanno sognare.
Lentamente mi accorgo di essermi perso nel filo mirabolante dei miei pensieri e mi stanco. Perché in fondo lo so, ho solo bisogno...
[il foglio è lacerato.]
C.
Pezzi di appunti.
"Una città immersa nel crepuscolo. Una giungla sintetica di palazzi di ferro e cemento che si innalzano dal terreno. Alberi di vite che si intrecciano, innumerevoli, come nastri color rosso che escono da un palazzo e si fiondano in picchiata su strade infinitamente intricate, percorrendole a velocità sovrumana, per poi rientrare dalla finestra di un palazzo di mattoni color terracotta, e un tetto dai coppi color rosso. Sì, dei coppi color rosso. In un giardino verde, con i fili d'erba mossi dal vento, scompigliati amorevolmente, a cullare fiori dai colori splendidi e irripetibili, nella morte di un giorno. nel decadimento del luogo, a favore della comprensione della bellezza infinita dell'abbandono. E i raggi arancioni, e gialli, obliqui quasi, a scendere dal sole come doni, fendono l'aria come potessimo dimenticarci di vederli. Di sentirli sulla pelle. Sulle labbra. In questa città io vedo sogni. In ogni piccolo angolo di tutto. Le montagne, dietro, a incorniciare tutto, non troppo distanti da essere solo viste, non troppo vicine da poter essere vissute."
"Nuvole lontane. E quasi mi immagino d'esser sotto piogge scroscianti, a far della mia pelle mantello d'acqua e pelle leggera. Così vicino da poter essere toccato, ma senza ancora osare farlo. A un soffio da te ancora intrappolato nel guardarti, come una creatura rara, come bellezza senza nome, ti osservo. Intrappolato volutamente in un attimo splendido. Come l'attimo prima di tuffarmi in acqua, sul blocchetto di partenza aspettando il fischio dell'arbitro. Con una percezione differente delle cose. Con l'adrenalina, la consapevolezza del rischio e il desiderio. Quello di farcela. A non perdermi, nei tuoi occhi, quando ti volterai."
"La terra trema.
La terra trema e si spacca.
La terra trema e si spacca sotto.
La terra trema e si spacca sotto i piedi.
La terra trema e si spacca sotto i piedi lasciandoci.
La terra trema e si spacca sotto i piedi lasciandoci senza.
La terra trema e si spacca sotto i piedi lasciandoci senza speranza."
C.
In uno sguardo a un orologio.
In un sospiro dettato dai secondi che passano, attenti.
In un cielo pieno di nuvole.
In una fermata d'autobus semi deserta.
In alberi, intorno.
In maglietta e jeans, sotto alla furia del cielo.
In un ombrello chiuso nella mano.
In un calore che non arriva, in una sedia che non è mia.
In uno sguardo indifferente, ad una ragazza indifferente.
In una risata sentita nel vuoto di una musica troppo forte e dilatata nel tempo.
In una lattina di birra gelata, aperta con i denti.
In una panchina di ferro, aspettando un treno accanto a della gente.
In un silenzioso addio alle foglie che vedo cadermi davanti, ormai divise dai loro rami.
In un finestrino troppo spesso.
In una goccia di birra sui jeans, un'allusione ad altri viaggi.
In una canzone che martella i nervi.
In un calore inaspettato.
In una goccia.
In una goccia che mi cade sulla pelle mi sveglio.
In un sentiero che porta verso casa.
In una casa.
In un corpo.
E potrei quasi risvegliarmi in un altro posto mentre guardo la mia vita che lenta scorre e in un sereno martedì dì pioggia di fulmini e meteoriti si va a schiantare in un paradiso di colori che non hanno alcuna intenzione di essere capiti e cominciano lentamente a fluire dal cielo alle montagne dalle montagne al cielo dagli alberi alla terra e dalle vene, dal cuore, ai salici piangenti, ai fiumi e infine nel mare. E invece dormo e sogno e osservo quel che mi succede e mi piace poter spegnere le percezioni fisiche e cominciare a viaggiare con la mente come se in fondo stessi navigando su un vascello di pelle, di carne e di ossa, un vascello caldo che mi porta in giro per questo splendore di pianeta.
C.
La sensazione mi prende lentamente. Senza alcuna fretta, come può esserlo stato il mio passeggiare in un prato tranquillo e assolato oggi. Non mi trovassi al lavoro, a fare quel che devo, completamente ubriaco, ora. Tanto da riderne. Tanto da non guardare l'orologio perché il tempo, passa lentamente. Ridere. Come si ride di una barzelletta ad Alcatraz, con ancora più di 20 anni.di.carcere.da.scontare.
Comincia a salire, come la sensazione di essere immerso nell'acqua ma più leggera, come muoversi rallentati, come fluttuare nella nebbia semisolida di una palude con tanta volontà e speranza, nell'andare ad affrontare un drago nero dalle esalazioni acide, dagli occhi infuocati di un colore che ricorda un gigantesco gorgo di stelle in un cielo di infinito nero.
I movimenti si fanno come più tenui, leggeri, mentre la mente comincia a viaggiare, persa. Che sta succedendo? Per quale motivo sto sentendo tutto questo? Ma anche la domanda svanisce, divorata dall'intensità dell'onda che mi devasta l'organismo a livelli quasi orgasmici. È...bellissimo.
Sto volando.
Chilometri e chilometri di nulla paion stendersi in tutte le direzioni. La macchina svanisce, le pareti non sono che lievi differenze di colore in quell'azzurro sconfinatamente mio. Viaggio a velocità invidiabile perfino a me stesso mentre mi guardo, guardo tutto. Io credo che un sogno possa strapparti da terra in un qualunque istante della tua vita, e possa scaraventarti tanto in alto, tanto lontano da farti infine rendere conto di che cosa sia, la linfa della vita stessa. Credo profondamente in questo.
Frasi che nascono e muoiono nella tua mente come attori di teatro scomparsi di scena prima del dovuto. Prima del dovuto.
Io ho un sogno. Ho un sogno che di notte quando non dormo studio, quando dormo sogno. Ho un desiderio che mi fa sorridere, che mi fa desiderare di essere vivo. Un sogno capace di scatenare tutto quel che sta succedendo, è successo, succederà. Che mi palpita il cuore solo a pensarci.
C.
Queste pezze di cielo grigio, bianco nero e azzurro, mi riempiono il cuore di pece, melassa, oggi. Come se qualche sbadato disegnatore di mondi avesse dimenticato qualcosa, nel tutto. Cercando di rattoppare alla meglio questi pensieri che sfuggono dagli occhi come serpenti neri generati da pupille che fissano paesaggi che scorrono, fuori da un treno in corsa. Ti guardo. Sei bellissimo, taciturno e non potrai mai capire. Mai capire. Mi avvicino. Scosto i capelli lunghi da un lato noncurante e mi siedo di fronte a te. Tu non togli lo sguardo dal finestrino. La tua bocca, una sottile linea appena accennata, si muove in un sorriso lieve. Sono stata molto tempo a pensare a te. Intere notti in cui le coperte si attorcigliavano, prendendosi gioco di me, così come la sensazione che avresti in fondo potuto esserci davvero.
Ogni giorno a fingere che nulla provavo, che nulla mi piaceva. Per te. Di te. Sono stata ingannata da una me stessa più in gamba di me, a girare intorno ai problemi anziché affrontarli per una inesorabile quanto dolorosa sensazione di rifiuto. Una sensazione che ogni volta che apro bocca mi afferra il cervelletto con presa precisa e delicata, impedendomi di farti sapere che sotto il guscio ci sono anche io. E non soltanto Lei.
Così semplicemente rimango a fissare i tuoi occhi persi e sono senza difese quando ti alzi in piedi, mi mormori un saluto e ti allontani. Come non fosse successo nulla.
Ma di cose ne sono successe. Ne sono successe nella mia mente-castellodicarte.
E questi frammenti di poca chiarezza che aleggiano intorno, io li fisso e sorrido amara, sorrido perché di piangere non ne ho motivo. Un perché, un quando da ricordare con malinconia. Mi manca quel che non è ancora successo perché so che non accadrà, tra di noi. Mi manca la tua presenza che non c'è mai stata accanto alla mia. In sintonia con il mio respiro vedo i tuoi passi che si allontanano, in una mattina ancora buia, e il treno riparte.
Il treno riparte.
E con esso i miei pensieri, le mie domande, che scivolano su queste acque grigie. Contro questi sommari raggi di sole mancati.
Chi sono?
C.
Voglio riuscire a credere che tutto possa andare per il meglio. E ce la faccio, a volte. Ci sono mattine in cui svegliandomi, nel mio svegliarmi avverto silenziose energie che prendono vita inondandomi il corpo di quella vibrazione che è la vita. Facendomi sentire che queste braccia sono mie, che queste gambe, posso usarle a mio piacimento. Che in questa mia testa piena di venti c'è anche qualcosa, che sta sotto. E sta, sotto. Che non prende ad alzarsi come un palazzo di 4 piani in mattoni marroni cementati e vetri a specchio cui spuntano due ali bianche.
Perché nella mia testa è appena successo.Che.Ha.Preso.Il.Sopravvento
quella sensazione che invece fa apparire tutto così illusorio e lontano che si prova nostalgia a vedere se stessi in quest'esatto momento, da fuori. Vedere e provare un'infinita immotivata frustrante tristezza. Tristezza che non nasce ma esiste. E nel suo esistere e basta trova più forza, perché non ha un motivo. C'è, è lì ad aspettarti dietro l'angolo, nelle ombre degli oggetti che ti circondano. Una medaglia di nuoto. Dei libri. Un armadio con uno specchio e un cristallo di quarzo che ti fissa lontano da dove nacque, strappato via con la forza.
E ci sono delle piccole percezioni che ti frammentano la vista. Come movimenti che i tuoi occhi non captano ma che ti sembra di sentire nell'aria tutto intorno. Come fossero battiti d'ala silenziosi, come piume che attraversano la tua pelle, e quando ti sembra di poterle avvertire una fitta al cuore. Come un ago sottile e rovente che si conficca nel petto senza lasciare alcuna traccia, sfondandoti i polmoni in un secondo a malapena, penetrando con il calore in tutto il corpo, facendotelo bruciare, facendotelo sentire di troppo. Come qualcosa che non hai mai voluto, come un ammasso di sbagli, scelte del cazzo e semplici complessi inutili che sai, SAI di farti diamine, ma non puoi evitarlo. È più forte di te. In fondo siamo al tramonto di un'era che è stata una serie di fallimenti e ci siamo così invischiati nel fango che non ci riconosciamo neanche più l'uno con l'altro. Razze. Razza è una parola che odio. Distingue, quando tutto in fondo è una cosa sola. Un'unica cosa che brucia, e vive, e potrebbe andare bene, solo lo volessimo. Ma il male è tanto forte che noi ne siamo assoggettati, e ci piace il brodo in cui viviamo, che ci arriva non abbastanza in alto da soffocarci ma abbastanza da farci pesare il respiro, odiare, amare, credere e fottersene.
In quell'oceano un gigantesco maelstrom divorava tutto quanto incontrasse le sue correnti, facendolo scomparire nelle profondità degli abissi.
Nelle profondità.
Degli abissi.
Trascinata dalla corrente, la nave non può resistere. Il legno scricchiola, cigola. Dopo la perdita degli alberi, il panico, per alcuni. La preghiera per altri. Per alcuni la pace. L'occhio della tempesta, nella consapevolezza di una fine imminente.
Un'unica e inevitabile, fine imminente.
Ma fino a che il legno non si spezza, fino a che le nuvole non ruggiscono, fino a che anche l'ultimo frammento non si stacca e rimane qualcosa di unico, fino a che io avrò abbastanza forze nel mio corpo per potermi permettere anche solo un fievole respiro, fino a che anche l'ultimo istante della mia vita non sarà passato a filo dalla falce della Signora....
Io resisterò.
Perché se lo spettacolo non mi piace ora, non vuol dire che tra un po' arrivino attori nuovi. Paesaggi nuovi. Scene differenti.
Con le loro ombre scure, la bellezza, con il dolore, con la consapevolezza di trovarlo, prima o poi.
E chissà che non cominci davvero a piacermi, la mia vita.
Un saluto.
On hair: The flames beyond the cold mountain - Mono
C.
P.S. un sincero ringraziamento ai lettori, siamo over 12000.
Vivo una vita parallela.
Buonasera. Mi chiamo Carlo. Sono un drogato. Mi piace l'alcool, mi piace la droga. Mi piace farmi, mi piace farmi e stare seduto su una poltrona tranquillo ad ascoltare un cd, una canzone, guardare un film, mentre viaggio, penso. Scrivo. Mi piace riuscire ad evadere dal mondo. E lo faccio. Nella mia vita parallela sono un monitor. Un monitor che mostra determinate parole alla gente. Gente che guarda, legge con interesse o meno. Nella mia vita parallela sono una persona senza i lati brutti del mio essere. Tipo avere una vita parallela. O con solo quelli. Tipo aspettarmi qualcosa.
Buonasera.
Questo è il mio io parallelo. Che sta seduto ad una scrivania, fissa un monitor e scrive. Dei suoi pensieri, dei suoi sogni, degli incubi. Delle crisi, dei momenti felici, a volte. Le sensazioni che prova, quelle che immagina. Quelle che vorrebbe provare. Il mio io parallelo che ha qualcosa che non va, per non avere troppi amici, per non avere una ragazza, per non avere qualcuno su cui fare affidamento quando tutte le cose sembrano volgere al peggio. O per averlo. Lontano.
Il mio io parallelo è entrato a far parte di me così profondamente che non so più chi è chi, e mi trovo a scrivere quando vorrei parlare, mi trovo a parlare quando vorrei spegnere un monitor e andare a fare in culo, o in qualunque altro posto. E spengo il monitor, quando il respiro si fa pesante e i pensieri pure, cercando una soluzione che non c'è nella fisicità di una stanza buia, di un letto vuoto, dei miei stessi occhi che si incidono in una parete nera di troppa notte.
Il mio io reale fissa le stelle, miliardi, la notte. E si chiede che cosa diavolo sta facendo e perché. Perché non molla i sogni le utopie e tutto il resto e si realizza. Fa qualcosa. Dimentica di avere due personalità, per esempio. Tanto per cominciare. E poi magari un appartamento in cui vivere da solo non sarebbe male. Senza internet. Senza connessioni a un mondo che in fondo odio perché precluso. Perché segnato da confini troppo grandi. Come quelli tra fisicità e immaginazione. Realtà e sogno. Sono un sogno, per chi non mi ha mai visto. Sentito parlare. Toccato. Per tutti quelli a cui non ho mai sorriso, e non sono pochi. Sono soltanto parole che si scrivono a intervalli di qualche giorno, chissà come, chissà perché. E finiscono a imbrattare ulteriormente un muro già troppo scritto. Troppo visto. Troppo zeppo di persone che cercano ossessivamente qualcosa che non possono avere o che possono avere ma non se ne rendono conto e allora si perdono.
Io stesso mi sono perso. Mi sono perso tempo fa, tra un respiro e un altro, un battito di cuore che si è interrotto di colpo, tramutandosi in qualcosa di infinitamente più grande e più piccolo. Fino a sparire riempiendo il tutto. E vago ancora. E se non prendo le redini della mia vita continuerò a vagare. Ma della mia vita le redini non le ho. Non come molti che invece si sentono pienamente padroni di se stessi. Non come molti che non si stupiscono più delle piccole cose e credono che ormai tutto sia scoperto. Banale. Ovvio.
Niente è ovvio.
Rimango semplicemente immobile a fissare quel che mi accade intorno, e cerco un appiglio, cerco una salvezza finalizzata a sentirmi meglio. A far sentire che anche il mio vero io ha qualcosa da dire. Qualcosa da dare, senza doppi sensi di sorta. ma il mondo mi scorre addosso e io non lascio tracce. Lo vedo negli occhi del barista quando lo saluto, la sera dopo il lavoro. Lo sento nelle parole delle persone con cui lavoro, nelle loro risate che si spengono e cessano di esistere. E se ci ripenso non sono mai esistite. Se mi concentro, nemmeno io sono mai esistito. Ma quando riapro gli occhi sono ancora qui. Insieme al mio scomodo fratello gemello.
Il mio io parallelo ama. Questo è lacerante.
Lacerante.
Presente, farsi a brandelli da soli guardandosi dall'esterno e osservare con quanta casualità spruzza il sangue, con quanta mancanza di grazia si staccano i pezzi di carne dal corpo con il giusto tipo di lama?
Qualcosa così.
Amo anche io. Ma ci metto ben di più ad aprirmi. A togliere tutti i veli, i muri. E quando lo faccio c'è sempre qualcuno pronto a cercarmi il cuore, per ferirlo con falsi sorrisi. Falsi sorrisi.
C'è chi nelle mie parole vuole leggere la luce. Ma nelle mie parole non ci sono necessariamente io. C'è anche altro. Infinito altro. Parlare di persone mai vissute, di sensazioni mai provate, è semplice. Descrivere quelle provate è difficile, appagante, bellissimo.
Parlare di me è solo un casino. Perché non è possibile fare un discorso che abbia capo e coda se io non ho né l'uno né l'altro.
Magari vi parlo un po' di Lui. Potrei non annoiarvi con tanta riflessione inutile.
C.