Casa, quando mi rendo infine conto di che cosa sta succedendo. Seduto al solito tavolo. Casa che odio ed amo, casa che mi fa da gabbia e parco giochi. Da rifugio e gogna. Da pace, ma soprattutto da guerra. Il tavolo è fatto di una specie di marmo, liscio al tatto eppure all'occhio completamente spezzato, in centinaia e centinaia di frammenti. Televisione accesa davanti, computer acceso a lato. Mi sto rincoglionendo il cervello, realizzo, nel mio capire che io se sono qui devo in qualche modo esserci arrivato. Nessun ricordo. Solo un vuoto che sa di amaro. Senza aspettare la fine della preghiera. Alzo la mano, la fisso. È la mia? Trema. Trema forte. Trema tanto che mi spavento. Chiudo il pugno, chiudo gli occhi, apro il cuore. Il sangue, il battito accelerato, che sembra vorticare e trascinarmi al mio stesso interno come in un gorgo infame. Che cosa è successo? Perché sono qui? come se tutte le luci di un palcoscenico si fossero spente per un istante, e al loro riaccendersi, la scena è completamente diversa. allungo il braccio e prendo il bicchier d'acqua davanti a me, dopo aver riaperto gli occhi. Mi fissa, non riesco a capacitarmene. L'acqua ondeggia all'interno. La presa è forte, ma la mano non smette di tremare. La pelle, noto soltanto ora, lentamente comincia a prendere un colorito lievemente tendente al grigio. Sarà un effetto della luce filtrata dalle nuvole, fuori. Porto il bicchiere alla bocca, e in un solo sorso bevo tutto il suo contenuto.
Mi ricordo perfettamente di quel cielo. Era quattro anni fa, e si tinse completamente di rosso sotto ai miei occhi, prima che mi spegnessi, chiudendomi come un bocciolo di rosa incandescente, prima di trasformarmi in tizzone silenzioso, appoggiato sulla pelle del petto. Scavando al mio interno da fuori di me. Scoprendomi.
Tredici colpi al centro del petto. Ritmo proibito, e spasmi, in quella cucina bianca. Scompaio, penso. Scompaio, ho il tempo di sussurrare, prima che con violenza dal mio interno prenda a emergere tutto quanto. Non ho il tempo, di prendere il respiro. La spina dorsale si fa frusta che scatta in avanti. L'acqua esce da dove è entrata e sono una fontana. Acqua limpida e perfetta che esce dal mio corpo. Vomito come può farlo una fonte di montagna, senza smettere. Gli occhi si fan buchi neri dai quali esce acqua a loro volta, così come le narici, le orecchie. In continuazione, senza sosta. Non riesco a pensare a niente. Il pavimento sotto di me prende a bagnarsi, sempre d più. Crollo, dalla sedia in ginocchio. I pantaloni si bagnano, le calze si bagnano, mentre continuo a rigettare acqua, e acqua, e ancora acqua.
Non muoio. Mi sto chiedendo perché non muoio.
Dopo qualche istante l'acqua mi raggiunge la vita. Si è aperto qualcosa dentro di me. Si è aperta una voragine nella parte più ombrosa del mio petto, all'interno, e sono soltanto pietra ora. Le ali sono già spuntate da tempo. Le ho strappate ed ora sono appese di sopra. Inchiodate. Conficco la dita tra una piastrella e l'altra del pavimento, immergendo le braccia nel liquido. Colore, nella trasparenza. Rosso vivo. Rosso vita. Rosso sangue. È tutto così lungo, e così istantaneo, che ho l'impressione che si tratti di un sogno ma è vero. L'acqua mi arriva alle spalle, inginocchiato, non accenna a smettere, mentre ancorato al pavimento rimango piegato in avanti, senza poter guardare. Percependo il gelo che entra attraverso i vestiti. Attraverso la pelle, i nervi, la carne, i muscoli, le ossa.
L'acqua mi sommerge. Non respiro. Non l'ho ancora fatto. Sento la forza che defluisce da me in concomitanza con quel che sto perdendo, senza vederlo. Senza rendermene conto. È sempre stato così. Sempre stato così. Lo realizzo. Sono sempre stato una fontana di pietra, sul fondo dell'oceano. Una fontana che non ha scopo di esistere. Anche quando sorrido. Anche quando dormo. Nei riflessi degli specchi più sottili si può vedere l'onda gelida che mi precede, quando arrivo, e la marea che scende, quando me ne vado. Invado. Evado. Gelo.
L'acqua ha riempito la casa, ormai. Tutta la casa, vuota. Ci sono soltanto io, e in questo momento, non ci sono neanche io.
L'acqua finisce di sgorgare, gli occhi tornano a essere occhi, le orecchie percepiscono i rumori. Il naso odori.
Un ritorno implica molte, molte cose, nella sua piccolezza. Nella brevità di un'assenza le cose mutano veloci. Si immagina. Si spera, si vuole, e si crede. E forse si crede perché si è soli o apparentemente tali. Di superare baratri siamo capaci, certo. Ma siamo più bravi a metterci un'armatura addosso, come i cavalieri, e nasconderci in un angolo buio, ignari che proprio lì i pericoli sono maggiori. In questo baratro nero che sono le pupille senza fondo io mi ci getto, afferro una spada e spalanco le ali, sfido chiunque a fermarmi. Non sono invincibile, ma posso mostrare quanto può combattere un angelo. Quanto possono sbatter le sue ali, fiere, quanto i suoi occhi brucino di qualcosa di superiore, che sia odio, amore, giustizia, morte, importa? La spada muove fendenti che lacerano, che eliminano paure dimenticate da troppo e riemerse per seminare un terrore senza nome. Senza un nome da attribuirgli. Ma non serve un nome, per morire. Non serve un nome per fare del male. Basta molto, molto meno.
Posso sentire l'altra faccia della medaglia conficcata nel cervello che pulsa, nera e dorata, intarsiata finemente, che reca una scena di caccia. I nobili inglesi sui loro cavalli, con ventiquattro cani che rincorrono, gli uomini reggono fucili e puntano su di me, incatenato a un albero, nudo, chiuso in posizione fetale ad aspettare i morsi con una comprensione spaventosa negli occhi, un'accettazione che sa di fango su quella pelle una volta pulita, che sa di sofferenze, troppe, già patite.
Solitudine, una strada che sale impervia sui fianchi delle montagne della conoscenza di se stessi, e che imbocca gallerie, a volte. Gallerie che sembrano sicure ma che si addentrano fino al cuore bruciante, e talvolta mirano a spegnerlo, con fiumi sotterranei, con assenza di vento, di vita. Di se stessi.
Accordi che soli e inerti nell'aere vengono trasportati come da una gravità latente, che ha un culmine al centro del nostro petto.Il sole fa ardere le tenui nuvole sopra le montagne, dalle mille sfaccettature di foglie. Di terra. Di osso. Di ombra, che si propaga ed espande il suo dominio piano, mentre nessuno se ne rende conto. La notte lascia le sue prime tracce, nella giornata, ma ci sono ancora delle intere ore di luce. Ore, nell'eternità. Meno di un niente. Amico della notte, questo sono forse, o del veder luci sospese nel nulla, sotto un cielo che non è che schegge di anime, a milioni. Un gatto che ruba il mio respiro piano, come in sordina, alla mente violento e dolce. Perché so che sei da qualche parte, e ovunque tu sia, magari in qualche modo percepirai che ti sto pensando. E perché sto solo pensando, e non ho la possibilità di abbracciarti. Dimostrarti che ci sono. Mosaico di lago. Abbasso gli occhi per un istante a vedere mille e mille scie bianche di barche, barconi, battelli. Chiatte, purtroppo no, ma vorrei vederle. E sento la vita, dentro. Che spinge, e sfonda, ed è come radici dentro le mie vene. Come estasi, nel vuoto. Come chiudere gli occhi e sentire il calore che pulsa dal centro del petto. Il tuo petto.
[A proposito, grazie per le 11000, quest'angolino è stato visitato molto, anche se nato dall'ombra. Forse proprio per questo. Un sincero ringraziamento a tutti i lettori.]
Credo ci sia dell'inevitabile, nel procedere impervio del male nella coscienza del debole. Nel fragile, nell'esposto. Qualcosa che penetra in profondità, veloce e freddo come una trivella che scava e procede e a nulla vale la resistenza. Come mura di castello abbattute dalle fiamme nere di un enorme drago in picchiata non dal cielo, non dall'atmosfera, ma dalla più lontana galassia dell'universo della mente umana.
come si misura la pazzia?
come si misura qualcosa di incommensurabile? qualcosa di millesimale?
il metro più semplice e ridicolo che ci offre la scienza in questi casi é il paragone.
paragone con chi?
tutti portano delle maschere. delle tute. dei costumi orrendi e noiosi e terribili! uccidendo la fantasia, uccidendo la vita.
Forse la tua maschera é comune e sembra innocua ma sotto stai ridendo sadicamente mentre affoghi le braccia nel sangue di tuo fratello.
La mia invece é un joker e dentro sto scoppiando perché forse quello normale sono io ed é il mondo ad essere sbagliato.
forse é l'uomo che é pazzo forse non abbiamo nessuna via d'uscita.
il forse. ecco cosa uso come aggancio al posto della religione, delle persone.
Il beneficio del dubbio.
il forse mi salva dalla pazzia?
se impazzire é il rischio, forse ero predestinato, perché l'uomo é folle come tutto questo dannato mondo e anche se sembra che tutto vada bene non va per nulla bene.
il mio computer é una macchina orrenda e terribile, fredda e spietata, creazione perversa di un uomo perverso, come tutte le altre cose che mi circondano.
i cadaveri di albero che reggono le mie cazzate sparse, tavoli li chiamiamo.
le nostre case con termosifone, i termosifoni sono casse toraciche squartate, sono questo.
é tutto orribile come la mente comune immagina sia l'inferno, ma qui non brucia nulla.
il vero orrore e il vero inferno é un mondo dove tutto é strano e innaturale e noi siamo costretti a viverci.
e il mondo non si può cambiare, é troppo grande e noi troppo piccoli.
Siamo gia morti e ora siamo all'inferno ognuno a modo suo sta scontando la sua pena, io il tormento della mente, qualcuno si crede napoleone e qualcun altro un agente di banca e forse lo é davvero.
i crocifissi sparsi per i santuari sono la beffa del diavolo, la sua vera creazione é un dio che non si vede e a cui chiedere é inutile quanto cagare in un vasetto.
Questa IDEA di un dio che ci tormenta e ci osserva ecco cosa ci distrugge, ecco l'ennesima piaga dell'uomo, perché il diavolo é la nostra razza, che come ogni supercattivo realistico domina sul mondo e non perde mai.
questa é la disillusione della nostra epoca e la prova che i nostri avi hanno perso combattendo una battaglia senza senso, che noi continueremo a inabissare per portare i nostri figli e i loro figli di nuovo qui a morire a morire a morire adesso ogni secondo.
Porterei il mio corpo da uno strizzacervelli e gli racconterei che sogno la sua morte e la mia e quella della nostra specie ma servirebbe solo a peggiorare la mia vita, perché non esiste una cura per chi ci vede bene. non ho mai visto occhiali che ti rendono miope.
E allora un giorno inventeranno la pastiglia della pace interiore, io la prenderò, me la ficcherò nel culo e starò meglio, farò finta di nulla, troverò una bella maschera allegra e simpatica e verrò a giocare con voi in cortile, a giocare con voi in borsa al casinò o nei negozi.
Poi mi guarderò allo specchio e sorriderò senza riconoscermi, sarò felice come non lo siete voi.
Come chi non sa di non essere veramente felice, che in verità é solo stato ingannato da qualcosa più grande di lui e non si accorge del gioco.
non vede i fili che muovono le sue braccia le sue parole e le sue risate.
E allora un giorno vomiteremo la nostra fottuta pastiglia della pace interiore e distruggeremo tutto ciò che é sbagliato e orrendo e innaturale, ammazzeremo tutti e ci uccideremo e sarà la fine di tutto.
Oggi nell'aria della stanza c'è polvere fine, polvere che prende e perde colore, polvere ossigeno, polvere sorriso, polvere occhi aperti, polvere battiti del cuore.
Sei già sveglia.
Lo capisco dalle lenzuola vuote al mio fianco, dalla rientranza nel cuscino che ricorda ancora il tuo capo poggiato dolcemente, dal calore che se passo la mano ancora è presente, inonda, come fosse acqua in una rientranza nella roccia. Bianco, intorno. La luce penetra da una finestra aperta che da sul giardino. Posso scorgere gli alberi, il ruscello. Il salice piangente, più in fondo, a creare ombre sul prato, che con il vento sembra quasi mare in bonaccia.
Come se le nuvole potessero ribellarsi.
Lacere procedono nel loro viaggio e solcano il cielo, soltanto al centro tendenti al grigio quasi fossero vascelli partiti troppo, troppo tempo fa. Mi portano il sorriso, steso su quel letto. È ora, è con il sorriso che oggi voglio alzarmi, così lentamente mi stiro, e comincio a muovermi. Scendo dal letto, addosso poco, nulla, e silenzioso vado in bagno. Mi guardo allo specchio, mi sciacquo la faccia e ridacchio a un pensiero pungente che mi è sorto.
Torno in camera, e mi blocco. Fisso. Rondini. Fuori la finestra volano, libere sbattendo l'ali, come a voler combattere l'attrazione al terreno, in danze splendide. Sono tante, volteggiano silenziose, soltanto un fruscio mi arriva, dove sono. Un fruscio debole di carezze, di piume sulla pelle, di labbra sfiorate. Fatico, a distogliermi da una bellezza tale soltanto per vestirmi, cosa che faccio in fretta. Chissà che starai facendo?
Così mi avvio alla porta, metto la mano sulla maniglia. Getto un'ultima occhiata alla stanza, ed esco. Un nuovo giorno inizia inondando il mondo di vita. Calore. Colori. Luce.
La mente ritorna, a volte, a passati che non possono che lasciare il segno nella carne, nella mente. Io ricordo. Io ricordo perfettamente queste note una dietro l'altra, una dopo l'altra fino alla fine. Alla fine di un'epoca. Alla fine di un whisky, di un libro, di una storia, di una vita. Di quel che credevo fosse una vita. Di quel che volevo fosse una vita. E ricordo perfettamente quella sera come la scrissi in quel momento nella mia testa. Di come la vissi nel mio cuore e non voglio scordare mai quel che accadde. Quel nulla che accadde troppo improvvisamente per un cuore ancora così incerto. Assordante nella sua strisciante e sordida luce assente, a riempire tanta notte intorno a quella casa in quel novembre di un anno ormai passato. Resta solo la polvere.
Ho odiato e amato quella notte, dove dentro la casa gli amici ridevano e io con loro, portatore di una maschera troppo pesante, una maschera che spezza dentro. Che toglie confini, che sbiadisce bordi, che somma sofferenze su sofferenze e il battito del mio cuore lo ascoltavo affannato, uscito a fumare da solo. Luna piena in quella notte fredda sulle colline lievi della toscana, e Depressione che colma spazi per troppo tempo lasciati vuoti. Cuffie nelle orecchie e, sotto, gli ululati dei cani a quell'iride d'argento piena. Il freddo entrava nei vestiti, scavava attraverso di essi raggiungendo la mia pelle, tremante, fredda, pallida. E poi dentro, sotto. Intorno. A scovare anfratti attraverso le cellule, le costole, e lucciole morte sui cespugli di glicine addormentati. Arrivando al cuore. Che cosa mi restava, allora? Forse Dario, forse quel poco di amicizia che mi impediva di attaccarmi a un cappio a lasciarmi sprofondare in un oblio agognato da troppo. C'erano cose di cui non avrei mai, mai capito il senso e ne ero consapevole nel mio tremare lieve di foglia ormai caduta dal suo ramo. E lacrime amare e pugni stretti. Pugni stretti tanto che l'anima io la cercavo senza in realtà trovarne traccia, dentro. E poi le risate, ancora. Luce. Voci.
Andatevene, pregavo in silenzio.
Bucando il cielo con poche parole che primitive racchiudevano quel male di vivere che non passava. Non passava da troppo, non passava tanto quanto la sensazione di essere statico. Un'eternità dove non si poteva distinguere il passare del tempo sebbene giorno e notte si susseguissero. Non faceva alcuna differenza lì, allora. Una presenza, una mano sulla spalla, un sorriso, o forse solo comprensione. Senza parole che non fossero quelle poche, quelle mascherate menzogne volte al bene, e al bene soltanto che io in quel momento non riuscivo a capire e a cui opponevo un rifiuto tanto forte. Tanto forte davvero.
Quella sera, ora, qui, regna nel mio cuore e nei miei polmoni e sono fiero. Sono fiero di essere ancora, sono fiero di poter ancora respirare, e soprattutto lo sono di potermi ancora rattristare, di potermi ancora pentire, di potermi ancora odiare per quel che sono. Diventato, forse. Non siamo manichini con un sorriso pitturato con un pennarello indelebile e se son metronomo lasciami oscillare. Se sono nuvola lasciami viaggiare. Pioverò, prima o poi, su alcune teste di passanti che mi malediranno, ed altri, magari in casa a guardare fuori da una finestra sentiranno che dietro quell'acqua tanto cristallina c'è un'emozione. O più di una.