La stagione che amo in assoluto più di tutte le altre è l'autunno. C'è una malinconia senza fine che aleggia nell'aria, in quel periodo dell'anno. Una sensazione come di incompiuto, o compiuto troppo tardi, che è anche peggio, perché oltre ad aver realizzato quel che si voleva, lo si vede andare male e non funzionare fino a un inevitabile, ignobile irrimediabile fine. D'autunno quando il sole sorge dove vivo, posso vedere il lago tingersi di rosso e di giallo, per il riflessi delle montagne su cui i raggi brucianti vanno a posarsi. Le foglie degli alberi assumono colori che riscaldano il cuore e lo tengono sulle spine. Letteralmente.
L'autunno è la stagione del silenzio, dell'occulto, del mistico, per me. Non amo parlare molto, non amo dare nell'occhio, amo passare molto tempo per conto mio. Osservare la natura intorno a me, cui sono molto legato. Accarezzare le cortecce degli alberi che si stanno addormentando, per tornare a svegliarsi qualche mese dopo. Quando il peggio è passato. In un certo senso vorrei poterli imitare anche io. Addormentarmi fino a che il cuore non guarisca, e torni a palpitare con regolarità. I terreni si spogliano lenti, come potrebbe farlo la più bella delle donne, con una sensualità che ferisce il cuore e fa bruciare i polmoni. C'è qualcosa di magico. Qualcosa di davvero magico. E alla sera, quando il sole cala e comincia a nascondersi dietro le montagne, le nuvole si tingono di rosso, di arancione, e qualcosa mi si spezza dentro. Ogni sera mi fermo incantato, qualunque cosa io stia facendo. Mi volto, ed osservo. Abbiamo qualcosa di tanto bello da fare male. Abbiamo la possibilità di ferirci senza muovere un dito contro di noi, con il giusto paio di occhi. Con il giusto cuore, nel petto. A volte mi pento della mia sensibilità verso certe cose, situazioni, mentre altre vorrei soltanto riuscire a credere che ci sono altre persone come me. Persone che riescono a emozionarsi con un nulla ed arrivare a perdere una lacrima amara grazie alla Natura. Una lacrima in meno, una lacrima in più. Le piogge, in autunno, scuotono la terra, preparandola per il gelo. Le piogge in autunno sono quelle piogge che ti infradiciano e ti lasciano svuotato, e la metà delle volte l'unica cosa che si guarda in quelle situazioni è il terreno, per cercare di non ammazzarsi cadendo sulle foglie. Ma provare a guardare in alto. Provate a guardare in alto e capirete.
C.
L'acqua della doccia cade su di me, sul mio corpo nudo. Appoggiato alla parete con le braccia, lascio che mi scorra addosso. Le luci del bagno spente. Ci sono solo io, le nuvole, il rumore della pioggia che scoscia. Avanti, prova a lavare via lo sporco che sento. Prova a lavare via lo sporco che sono. Gli occhi semichiusi sono fissi sul vuoto a pochi centimetri dalle piastrelle. Che disegni hanno, non lo so. Ora non ricordo.
L'acqua della doccia cade su di me, silenziosa. Non sento alcun rumore, ora. Ogni piccola parte di me ne è accarezzata. Ogni piccola parte di me desidera uscirne ripulita, motivata, perdonata. Un pensiero fluttua fuori da me, oltrepassa il velo opaco di plastica, volteggia per qualche istante nel bagno. Il suo colore è nero. Lo fisso senza in realtà muovermi di un centimetro. Una farfalla completamente nera. Torna da me, si appoggia sulla mia mano, per appena un istante. Poi scompare, si dissolve nell'aria.
L'acqua della doccia cade su di me. I capelli davanti alla faccia, lo sguardo perso, il respiro inesistente. Il battito del cuore che scandisce la mia esistenza, lieve sfuma fino a sparire del tutto. La pelle perde colore. Perde consistenza lentamente, fino a che so che l'esser appoggiato alla parete non è che una condizione inutile. Inizio ad allontanarmi dalla realtà. È questa la chiave. È questa la risposta.
L'acqua della doccia cade su di me, che perdo pezzi di anima e mi chino a cercarli a terra quando essi volano alti sopra di me, scomparendo lenti. La mano si poggia sul rubinetto. L'acqua si ferma. Esco dalla doccia, poggio i piedi sull'asciugamano, davanti allo specchio. Mi guardo negli occhi. E per quanto severo sia il mio sguardo, per quanto sofferente, non leggerò mai nessuna scusa, dall'altra parte.
Così sorrido lieve, mi asciugo alla meglio, esco dal bagno.
C.
Sguaino la spada con lentezza. La estraggo dall'elsa in pelle scura con la delicatezza con cui le foglie cadute dagli alberi si posano sul terreno in autunno, con i loro colori accesi che feriscono il cuore in molti modi a noi incomprensibili. Lo sguardo fugge dall'interno della stanza, che conosco ormai come le mie tasche, attraverso la finestra, oltre il cortine, la strada in terra battuta fiancheggiata dagli ontani neri, là fino a dove il cielo notturno ammanta il paesaggio circostante. Soltanto le stelle, là fuori, testimoni di nascite e morti, guide verso direzione prese o ancor da prendere. Ignare di tutto o forse consapevoli, ma con indifferenza. La mano sinistra s'alza, e passa tra i capelli bruni, scuri, a ravviarli. Fantasmi. Questo metallo, questo filo sempre tagliente, questa lama portatrice di morte contiene soltanto fantasmi di chi come me, credeva, ma non con altrettanta forza, o fortuna, o benedizione. Pensare che avrei potuto essere uno qualunque delle vittime di un altro bastardo come me non mi fa sentire meglio, ma piuttosto come qualcuno scampato per miracolo a una disfatta su due fronti inevitabile quale lo è la guerra. La violenza, la paura, le fiamme.
Ma non sono mai stato capace di rimanere con le mani in mano. Nonostante le paure tanto forti da paralizzarmi, quando sul campo si battaglia non era ancora spillata neanche una goccia di sangue, quando gli ideali tra un fronte e l'altro saettavano come frecce e colpivano il cuore molto più di esse stesse...
Allora sentivo un tremito che mi pervadeva tutto il corpo, passando dalla base della schiena fino alla punta dei capelli. Il sudore sulla fronte, il respiro tremante, eccitato, impaurito. E in quella cacofonia di urla, ordini, e sensazioni brucianti, in quel battuto di cuore che sfondava il petto, quando cielo terra e mare si fondevano in un'unica bellissima cosa, cominciava davvero la decadenza.
Danzavamo come ninfe portatrici di morte armati di lame infallibili e cuori tetri, vuoti e stanchi di vedere il vermiglio sulle nostre mani.
Quando la guerra comincia si crede che si combatta soltanto per un ideale, per la giustizia. Dopo qualche giorno chi non si è ancora autodistrutto comincia a smettere di pensare alle proprie idee e comin cia a realizzare che combatte soltanto per la sua vita in mezzo a un'orda di persone che bramano solo la morte. La tua, quella dei tuoi cari, quella di tutti quanti si vogliano opporre a loro. O forse sono semplicemente dei poveracci come te senza speranza, e in ogni colpo che sferrano cercando di ucciderti anzichö morire ci mettono un pezzo del loro cuore, anni della loro vita, i ricordi della loro moglie, dei loro bambini. Impiccati, bruciati, stuprati. Tutti quanti.
Fa male.
E tu devi parare quei colpi, pararli uno dpo l'altro e vedere come gli occhi delle persone davanti a te si riempiono dapprima di paura, poi di sconforto, e quando come angelo leggero di infili nella loro guardia e con lieve dannazione scivoli dentro di loro con il tuo metallo, la tua famiglia, il tuo sangue misto al loro, allora sì...gli occhi si spengono, e rimani soltanto tu a chiederti se avrà mai fine, perché tu a loro l'hai donata.
Uccidere qualcuno è come strapparsi un braccio a morsi. No, è peggio, di strapparsi un braccio a morsi. Quando arriva la fine di una battaglia guardi le tue mani, i tuoi vestiti, li vedi sporchi di sangue, e c'è anche il tuo. le ferite tornano a bruciare, il peso dell'armatura e dell'arma tornano a farsi sentire come macigni e cadi in ginocchio stremato, a volte piangendo, ma non c'è felicità. Non ha niente a che vedere con la felicità. C'è lo sconforto di non ricordare nemmeno la metà ddei volti di quelli che senz'alcuna pietà hai massacrato, secondo altri. Ma in te la pietà c'era, e nessuno sa quanto avresti voluto evitare tutto questo, a parte te.
A parte te.
C.
Espiro..
L'aria esce lenta, calda, in una nuvola, nel buio di una notte invernale. La neve, tutto intorno. Che cosa ci faccio, svestito sul terrazzo con i piedi immersi nella neve e una sigaretta in mano, da cui salgono immagini di fumo e coltelli che mi entrano negli occhi e li mangiano senza smettere mai? S'iniettano di sangue e lacrimano, ma non è solo questo, non è questo il punto della situazione.
Inspiro..
Infine la vita mi ha restituito le coltellate, una dopo l'altra, ed io che con il petto esposto camminavo fiero, alla prima, mi sono fissato, ed ho visto il sangue, senza fermarmi. Ho riso del dolore e della sofferenza continuando ad incedere, per la mia strada. Alla seconda ho continuato a vedere il sangue sgorgare, più copioso. Mi sono piegato leggermente in avanti, senza tuttavia ancora sentire un dolore che non mi avrebbe preso mai. Non mi avrebbe preso mai. Così credevo. Ma poi è arrivata la furia, ed una volta dopo l'altra ad opporsi al mio passo fiero sono state tempeste di metallo e vento, fino a che del mio petto non rimase che un unico grumo di carne sanguinolenta, con un cuore palpitante nel mezzo.
Espiro..
Del resto lo sapevo. Era evidente come la fine di tutto sarebbe dovuta arrivare. Le persone si allontanano, la speranza non è che una velata menzogna di un inequivocabile epilogo, un epilogo riassumibile con la morte. Con la fine. E sto male, cazzo. Sto male da morire e vorrei tutto finisse in fretta. Le gocce di sangue cadono una dopo l'altra sulla neve ai miei piedi. In fondo l'ho fatto per riuscire a capire se ero vivo, se il dolore così....forte, che sentivo dentro...non fosse altro che un malessere temporaneo. Ma non è così. Si parla di anni e non mesi. Giorni interminabili trascorsi immerso nel grigio, e queste ali mi sono spuntate da cicatrici antiche, con lentezza, ed ora ne porto il peso lento. Nulla è stato mai come avrei voluto. Nulla sarà mai come vorrò. Le braccia sono inerti, mentre ad ogni respiro sento il freddo che comincia a salire lento. Avrei dovuto morire molto tempo fa. Avrei voluto morire, molto tempo fa, ma nemmeno questo mi è stato concesso, ed ora vago come ombra evanescente, nelle vie scure di città dimenticate da quel Dio che dall'alto ci osserva ride e sbatte il suo martello su quel dannatissimo tavolo di legno scuro.
Inspiro..
Io vi odio, cazzo.
Vi odio tutti quanti senza equivocare, senza motivare, senza soffrire, ridere o scherzare, vi odio per stare meglio, vi odio per farvi stare peggio. Lasciamo perdere le motivazioni o i discorsi senza senso sulla ricerca della felicità. Quale ricerca, per quale felicità? Utopie che non hanno senso, io non vedo felicità intorno a me, vedo solo uno sconfinato oceano nero, dove corpi nudi e senza volto si agitano in preda a un'agonia che non ha un nome. Non ha un nome e nemmeno voi ne avete. Siete solo corpi morti che camminano, e mi passate davanti senza lasciare alcuna traccia. Chi siete? Che volete?
Espiro..
Non mi importa. Socchiudo gli occhi, osservo le luci dall'altra parte del lago, riflesse sulle sue acque calme, fredde. Come la morte agognata, sperata, voluta e mai trovata.
Torno dentro. Domani è un altro giorno, domani è un altro giorno, domani è un altro giorno....
Nel buio della stanza cerco riparo sotto le coperte, il piumone, e infilo la mano sotto al cuscino, aprendo la bocca. Il calcio della desert eagle è freddo, contro la mia mano, posso sentirlo come qualcosa di sicuro. Assoluto.
Inspiro, e spiro in un sonno che avrà fine solo con un tenue risveglio tra qualche ora. Prima di addormentarmi, infilo la canna della pistola in bocca. Chiudo gli occhi.
Click.
C.
Non fa male. Questa volta non fa male. Estraggo la lama lentamente, dal mio braccio. L'ho trapassato, la punta usciva dall'altra parte, ma non era macchiata di sangue. Non c'era assolutamente nulla, se non metallo, a ricordarmi quanto potessero essere lucenti le stelle e quanto scintillanti fossero le acque del lago, quando il sole vi si rifletteva, mentre pensavo. Rimane una ferita slabbrata. E se da una parte la vista del sangue assente mi fa pensare a quanto poco sapevo, d'altra parte so che non si rimarginerà, senza di questo. Rimarrà a ricordarmi che non tutto è perduto, ma che quel che è accaduto, nemmeno vendendo la propria anima al diavolo, potrà tornare ad essere un nulla.
Nella mia stanza mi abbandono. Mi lascio cadere sulle lenzuola, spettatrici di notti insonni e sangue versato invano, nel tentativo di far ritornare indietro il tempo. Ma il tempo non torna. Non torna mai indietro, non l'ha mai fatto. Socchiudo gli occhi, torno a chiuderli. Un vortice di nero, colmo di piccoli impercettibili frammenti di caos. Cosa c'è nella mia testa?
Cosa c'è nella mia testa?
Caos, morte, e ricordi spezzati. Lacrime che giacciono in un mare in cui il mio ego cerca di annegarsi, corda e pietra intorno al collo, a scender testa avanti nel flutti e nelle correnti. Cosa vedo? Cosa vedi?
Nei miei occhi scuri c'è il riflesso di quel mare che non riesci a vedere. Solo negli occhi, perché per il resto del mondo io non sono altro che un ragazzo come mille altri. E lo sono, forse. C'è ghiaccio che non vuole sciogliersi, e paura che una volta sciolto, di menon resti che acqua mischiata ad altra acqua, senza una forma precisa.
Ho moltissimi amici che mi aiutano quando ho difficoltà, ho voglia di aiutarli a mia volta, lasciandomi alle spalle i brutti pensieri che a volte mi escono. Voglio ricordare i momenti difficili. Lo voglio, per farmi forza, per far capire, forse, quanto difficile può essere sentirsi vivo. Quanto triste può essere anche solo il sentire il proprio battito cardiaco. O quello di altri.
C.
Quest'oggi sveglia alle 8, autobus, e poi montagna. Ho camminato per 7 ore effettive, sono stato solo, in pace, ho avuto modo di riflettere riguardo a molte, moltissime cose. Mi sono lasciato alle spalle i pensieri negativi, tutti quanti, e mi sono goduto la giornata. È finita che dal tanto che ho camminato probabilmente domattina striscerò, fino al lavoro, ma non mi importa. Allego qualche immagine nel mediablog, se volete dare un'occhiata sta a sinistra del blog.
Ho riflettuto molto, e mi sono lasciato alle spalle molti pensieri negativi. Molti pensieri e basta. E credo sia una cosa davvero, davvero importante.
C.
L'acqua è ovunque, intorno. Il cielo è davvero limpido oggi e c'è una brezza leggera che rende nitidi i contorni delle cose.
Le cose, ovunque.
Chiudo gli occhi e resto immobile, mentre il battello si muove sull'acque del mio lago. Il mio lago. Soltanto io lo vedo così. Le piccole onde sono a loro volta spezzate da innumerevoli altre, dovute al vento oltre che alla corrente. I rametti di legno non galleggiano orizzontalmente ma verticalmente, dandomi l'impressione di una foresta che quasi affiora, a ricordarci che noi non possiamo andarci, là sotto. I capelli si muovono, il sangue pompa nelle vene. La calma è totale, solo un cane vicino a me, cui accarezzo la testa, gli gratto dietro le orecchie. Lui inclina la testa, mi guarda e lascia fare. È incredibile. È davvero incredibile.
Non mi importa più nulla.
C.