domenica, 29 aprile 2007

Notti Insonni.

Così stanno le cose. Infine capisco, mentre ti guardo negli occhi.

Lacrime, e ti vedo volare via da quella gabbia per uccellini che avevo costruito per te. Forse per paura di vederti scappare, forse per paura di non rivederti mai più. Questa, e questa soltanto è stata la causa scatenante del tutto. In una frazione di secondo hai capito, hai deciso e di me non resta che un mucchio d'ossa grigie e immobili. Vorrei poter ancora credere che la pioggia è in grado di lavare via lo sporco che si accumula sull'anima. Vorrei poterti accarezzare ancora una volta, poter sentire la tua pelle, il tuo calore sulla mia mano.

La gabbia creata inconsapevolmente, una gabbia con sbarre fini come capelli, non era per tenerti prigioniera. Era paura. Soltanto paura di vederti andare via, scomparire fra nuvole, nebbie e strade sconosciute. Lasciandomi solo un amaro in bocca, e la soluzione tanto ingiusta ha fatto accader quel che temevo. La medicina per guarirti si è rivelata veleno.

E allor mi farò alchimista, per ridare vita nella mia mente alla tua immagine, mi farò Dio, per plasmarti come avresti potuto, o voluto diventare. Plasmerò il tuo copo con argilla e petali color del cielo, e il tuo cuore sarà rubino racchiuso dentro il bocciolo di una rosa bianca cresciuta fra sassi e rovi. La cosa più splendida che il mondo possa donarmi. Ma parlami, ti prego, perché il mio cuore non reggerebbe a tanto silenzio ancora a lungo. Parlami perché se c'è qualcosa che io posso fare per redimermi lo farò.

Dovesse costarmi la vita, dovesse costarmi la faccia, l'onore o la ragione.

Ma i morti non parlano. Lo imparo giorno dopo giorno. Così come il cuore non può decidere di smettere di battere. è costretto a subire un'angheria dopo l'altra, una razzia dopo l'altra, un assassinio dopo l'altro. E il mondo mi sembra sempre più un vecchio che cammina, e mentre cammina si spegne. Passo dopo passo si fa più vecchio ed infine si accascia a metà fra un passo e un altro, con un lieve sorriso su quelle labbra screpolate. Ed i vestiti, la carne, i pensieri, il calore, dove vanno a finire?

Dove sei finita, dopo che sei volata via? Potrò mai rivederti, per spiegarti che mi sono sbagliato, per dirti quanto mi vergogno? No. Non è possibile, quel che è perso è perso, ed anche una volta ritrovato non è mai la stessa cosa, perché qualcosa nell'avvicinarsi di nuovo di ricorda un grande dolore. Una cicatrice, forse un solo pensiero sfuggente, sotto la corteccia di sorrisi che copre il tuo viso. Forse un semplice gesto noncurante.

Non posso espiare le mie colpe perché il male che ho fatto non riesco a perdonarmelo nemmeno da solo. Nessuno potrà xcancellare ogni mia singola azione su questa terra poiché milioni, miliardi di reazioni sono partite a catena da me e da ogni essere vivente su questa terra, e il disegno che si sta formando, non ho potere di mutarlo.

Né di fermarlo, o ricominciarlo.

Sono a un punto in cui penso sia solo il caso di tagliare il mio filo e stare a guardare dall'alto come stanno le cose.

C.
postato da: AngeGris alle ore 12:20 il domenica, 29 aprile 2007 | link | commenti (1)
sabato, 28 aprile 2007

Pensieri.

Ho passato una bella serata ieri, una splendida giornata oggi. In compagnia di amici, quelli veri, che non hanno bisogno di parole, scuse o stupidi compromessi. Amici che accetto per come sono e mi accettano per qzuel che sono. Abbiamo bevuto, abbiamo fumato, ci siamo divertiti, e tutti quanti alla fine eravamo abbastanza tritati. Una serata he credo non dimenticherò tanto presto. Alla fine ero seduto sul divano, a cercare di dormire senza riuscirci particolarmente, a pensare, e fino al mattino non ho chiuso occhio. Poi alcuni amici han preso il largo, li ho salutati mentre i padroni di casa beatamente dormivano.

Ed ora, tornato a casa, l'evidenza mi crolla addosso con il peso di un milione di pietre.  È sempre difficile fare ritorno in un posto in cui di te non si fidano. In un posto nel quale ti senti stretto. La mente torna al tempo appena passato, e mi rimane un retrogusto amaro. Sento di avere bisogno di qualcuno a cui aggrapparmi, anche solo per un secondo. Una persona diversa da un amico. Sono tagliato in due e fingo che non sia successo nulla ignorando il fatto che un sogno infranto dopo l'altro, cado a pezzi sempre di più. Sei un bel ragazzo, sei simpatico, mi dicono così. Arriverà. Il fatto è che credo semplicemente non sia destino. C'è qualcosa nella mia persona che probabilmente non va e non me ne rendo conto.

Ogni essere vivente muore da solo.

C.
postato da: AngeGris alle ore 21:21 il sabato, 28 aprile 2007 | link | commenti (2)

Constatazione.

Una piomba del genere non la prendevo da tempo immemorabile.

C.
postato da: AngeGris alle ore 18:13 il sabato, 28 aprile 2007 | link | commenti
mercoledì, 25 aprile 2007

Cronache di Kyrion - Parte I

Sento la rabbia che sale.

Da piccolo, crebbi nella casa immersa nella natura che mio padre aveva ereditato da un vecchio zio. Non seppi mai che rapporto potessero aver avuto, poiché mio padre non me ne parlò mai, o perlomeno non ricordo nulla al riguardo. Mia madre era una donna dai lineamenti delicati, dai capelli rossi e la pelle pallida, quasi trasparente. I suoi occhi li ho presi io. Verdi come le foglie sugli alberi in primavera. Di quel colore tanto intenso da dare l'impressione di inghiottirti. Giocavo con gli animali che tenevamo, e mi divertivo a immaginarmi battaglie spettacolari nel bosco vicino a casa. Sulla veranda, la sera, potevo sentire il profumo dei fiori, mentre il cielo si tingeva di un colore intenso come può esserlo soltanto l'amore. Avevamo una vita felice, ero beato allora, che potevo volere di più? Un intero grandissimo mondo ancora da scoprire, tutto l’affetto che si potesse desiderare, due genitori dolcissimi. Allora la città nemmeno esisteva, nella mia mente. I sogni che avevo li disegnavo, ci ricamavo storie, ovviamente semplici, vista l’età, e viaggiavo molto, con la fantasia. Ho sempre creduto che ci fosse qualcosa di più di quel che vedevamo. SI poteva ascoltare e guardare attentamente, in ogni angolo, ma solo alcune persone potevano davvero sentire.

Mio padre era un tipo solitario anche in mezzo a tantissime persone. Credo di non averlo mai capito nel vero senso della parola. Non ho mai avuto la classica illuminazione di una risposta, come a scuola quando ti spiegano una cosa a cui non arrivi ed infine la capisci. L’ho assimilato piano piano. Ho assorbito questa realtà con il tempo e gli avvenimenti. Intorno a lui, anche se era vestito molto comunemente, si poteva quasi percepire un’aura che aveva qualcosa di selvaggio. Come se tutto intorno a lui, l’ossigeno fosse attraversato da milioni di aghi rossi. L’attenzione in un modo o nell’altro passava a lui e quando lui parlava, o sorrideva, oppure raccontava una barzelletta, sembrava che ipnotizzasse chi lo circondava. Qualcosa di quel fascino era entrato dentro di me, suo figlio, potevo avvertirlo, e si erano verificati degli avvenimenti molto particolari nel corso degli anni in cui da bambino ero diventato ragazzo, senza contare l’empatia che avevo con qualsiasi tipo di animale. Potevo quasi arrivare ad avere rudimentali comunicazioni con essi. Non che sempre rispondessero. C’era da uscirci pazzi..
Aiutavo mio padre ad accudire gli animali, e quando potevo farlo frequentavo anche la scuola superiore. Mi piaceva, quel posto. Mi è sempre piaciuto. Ma qualcosa sembrava non andare come avrebbe dovuto. Sui giornali leggevo di disordini, di opinioni discordanti, di aperte ostilità. Non mi piace quella parola. Ostilità. Mi ricorda che siamo tutti diversi, e per quanto possa essere bello, mi inquieta.

Qualche mese dopo arrivò la guerra, ma giunse silenziosamente. Nei libri che la riguardano, la guerra è descritta come se di punto in bianco gli aerei solcassero il cielo sganciando bombe e quant’altro su qualunque cosa sembri viva. Ma vivendo la situazione nella mia vita posso tranquillamente dire che non è affatto così. La guerra è lenta a sopraggiungere. Come una melodia che inizia a livello quasi nullo, e cresce pian piano. Arriva a livello udibile, e continua a crescere, fino a che non diventa una cacofonia inimmaginabile che fa sanguinare le orecchie. E soprattutto i cuori. Mio padre doveva aver preso parte ad un altro conflitto, in gioventù, poiché aveva degli amici in alto nella scala gerarchica di quel genere. Sembrava rispettato, ma da loro non ho mai ottenuto nessuna informazione che lo riguardasse in qualche modo. Pareva quasi avesse deciso di restarne fuori da allora in poi. Non ho mai sopportato questo suo lato passivo. O forse ero io ad essere troppo impulsivo, ma ero fermamente convinto che per cambiare qualcosa non ci si poteva nascondere. Si doveva uscire e cercare di fare del proprio meglio. Nella vita e per la vita. Nel periodo in cui le ostilità cominciarono, ricevevamo molte telefonate da questi suoi amici, credo passassero informazioni a mio padre, che passava quasi tutti i giorni piegato su una carta geografica che mai avevo visto prima. Poi arrivò Kla. Il più grande amico di mio padre venne a casa nostra. Arrivò la sera, su uno dei mezzi ibridi che l’esercito possedeva. Per metà mossi da ingranaggi meccanici e per metà dall’Energia Libera. Erano ancora in fase di sviluppo, ma già si mormorava in giro che ci fosse di mezzo qualche sorta di magia. La cosa da un lato mi attirava molto, ma dall’altro, la magia era una cosa per bambini, ormai sorpassata da tempo. Entrò in casa, mentre i suoi uomini si appostarono tutti intorno alla casa. Ero di fronte al camino nel quale ardevano fiamme intense che riscaldavano l’interno della stanza in modo piacevole. Passandomi accanto lo salutai, e lui mi sorrise un po’ teso. Qualcosa stava per succedere, potevo percepirlo. Lo sentivo. Passarono dentro lo studio di mio padre tutta quanta la notte. Sospettavo stessero entrambi piegati su quella carta, ma potevo sbagliarmi. Alla mattina uscirono dallo studio, pallidi e con delle espressioni molto serie. Qualcosa non andava. “Partiamo.” Fu la prima cosa che disse mio padre. Rimasi di sasso. “Come?” dissi guardandolo. Alché si avvicinò fissandomi con sguardo severo, uno sguardo che avevo visto ben poche volte nella mia vita. “Partiamo” disse di nuovo, e poi volgendosi a mia madre “Prepara i bagagli indispensabili e poi andiamo via. Non è più sicuro qui”.  Così stavano le cose. Le lacrime si fecero strada e mio malgrado sgorgarono, e non poche. Ma avvenne più tardi. Sul momento, forse per lo shock, non reagii male. Corsi in camera e preparai tutto quanto l’indispensabile. Presi un coltello che utilizzavo per intagliare il legno, i vestiti più resistenti che possedevo, e una sottile striscia di pelle alla quale era legata una pietra che avevo trovato al centro del bosco vicino a casa qualche anno prima. Era una pietra che a prima vista appariva nera e opaca, ma se la si teneva in mano assumeva un colore. Il colore dell’anima di chi la toccava. Una pietra incastonata nella corteccia di un albero. Non mi sono mai chiesto di che razza di minerale si trattasse, perché appena la vidi, seppi che sarebbe restata un mistero per sempre nella mia vita. Scesi di sotto ed aiutai mia madre in fretta e furia. I rumori del conflitto armato non decoravano ancora l’aria che era pura, limpida. Uscimmo di casa che era l’alba, e rimasi per qualche istante abbagliato a guardare lo strano mezzo di trasporto che ci attendeva fuori. Sembrava una specie di corazzato, ma tra questo e il terreno c’erano solo cinquanta centimetri di aria e una pulsante luce blu. Aveva due grosse eliche sulla parte posteriore, e tozze ali corte. Kla mi fissò vedendo la mia espressione. La cosa sembrò divertirlo, per qualche istante. Poi salimmo. Mia madre pianse molto, e anche io piansi un paio di volte. La pace era svanita, sembrava soltanto un ricordo lontano. Del resto le notizie dell’assalto a Raggla, a Serv e a Rildborg avevano pesantemente scosso la popolazione.
La levitazione di una simile massa di metallo doveva essere merito di qualche specie di motore, ne ero certo. Come per le eliche, che giravano rapidissime. Lo pensavo un giorno dopo, mentre ancora ci muovevamo su quella specie di mezzo pesante, che seppi in seguito chiamarsi Corazzato Ibrido. Ebbe così inizio un lungo viaggio, nel cuore della Guerra.

Continua…

C.
postato da: AngeGris alle ore 16:33 il mercoledì, 25 aprile 2007 | link | commenti (9)
martedì, 24 aprile 2007

Un altro frammento

Il sassofono è stata una scoperta, nella mia vita, che mi ha aperto orizzonti che non credevo possibili. Iniziò tutto nell’anno 1997, mia madre mi iscrisse ad un corso di teoria musicale, un corso al termine del quale, sapevo che avrei potuto scegliere uno strumento da suonare, uno strumento di cui non avevo una precisa idea, non mi sono mai chiesto quale avrei scelto. La durata era di quattro anni, ed all’inizio del secondo avrei potuto scegliere. La musica è sempre, sempre stata una cosa che nella mia vita ha preso uno spazio immenso. Ho sempre amato ascoltare i suoni, come quelli di un bosco, o il frangersi delle onde sulla spiaggia., e la musica si rivelò, a quell’età, una scoperta sensazionale. Mi applicai e con l’aiuto di mia madre, che prese la cosa molto seriamente, arrivai alla fine del primo anno con dei voti ottimi. Alché mi trovai a dover scegliere uno strumento. La scelta fu inaspettata, avrei potuto scegliere tra tre tipi di sassofono, oppure il clarinetto, la batteria, o il flauto traverso.

Il fatto di dover decidere fra questi strumenti mi mise in una posizione particolare, essendo tutti molto interessanti e senza dubbio versatili, ed alla fine dopo una riflessione adeguata, decisi che avrei suonato il sassofono contralto. Lo scelsi poiché sebbene i grandi artisti della musica Jazz erano trombettisti, io credevo profondamente che la dolcezza del suono di un sassofono fosse molto migliore del metallico squillo di una tromba.

Mi ricorderò per sempre, che la prima volta che presi un sassofono in mano era un sassofono prestato, non mio, ed aveva un bocchino misura G, ovvero molto difficile da suonare poiché lo spazio fra l’ancia ed il bocchino era troppo grande per me, e di conseguenza l’ancia vibrava ben poco. Provai per tutta quanta la sera a suonarlo, senza nessuno ad insegnarmi, ma non riuscii ad ottenere nulla, e piansi a lungo, frustrato. Ma poi iniziarono le lezioni di sassofono miste a quelle di teoria, del secondo anno. Il mio professore era in gamba, me lo ricordo bene, ma aveva delle lacune a sua volta come tutti, e finì che io imparai in fretta molte cose ma ebbi dei problemi con l’impostazione del respiro e quella delle guance. Le guance sono una delle cose più evidenti da notare in un sassofonista. Se il sassofonista possiede un buon sassofono ed è in gamba, avrà le guance molto tese, contratte, mentre se il sassofonista non è bravo, oppure è bravo ma possiede uno strumento scadente, oppure è intenzionato a suonare in un certo modo, le sue guance saranno gonfie, poiché “sbaglia” il metodo di spingere l’aria dal diaframma. Suonare il sax è come gonfiare un palloncino, non si deve concentrare il fiato in bocca, altrimenti per l’appunto le guance si gonfiano e la fatica aumenta molto, mentre se si spinge con il diaframma l’aria, come una colonna costante su per l’esofago, allora si gonfierà senza sforzo. Mi diplomai alla scuola di teoria a pieni voti, e proseguii con il corso di sassofono. Era l’anno 1999. In teoria per entrare nella filarmonica si dovrebbe aspettare di aver finito i corsi, ma quell’anno mi chiamarono insieme a due compagne di studi come supporto al Concerto di Gala che si svolge ogni anno in novembre. Studiai molto poiché per me era tutto quanto nuovo, fui molto contento e presentai al concerto anche il mio saggio, un pezzo studiato che suonai davanti a un centinaio di persone. Ero molto nervoso ma andò tutto bene, e ne fui molto felice. Continuai con i corsi, il mio professore si era trasferito, ne conobbi un altro, di nome Salvadeo, e con lui proseguii per altri due anni. Lui corresse gli errori che facevo, e mi aiutò a migliorare molto la mia tecnica, facendomi arrivare entrambi gli anni a presentare il saggio sapendolo a memoria, così che il brano che avevo davanti non lo guardai neppure per un istante, concentrando lo sguardo sul pubblico, che mi seguiva attento. Fu una delle sensazioni più belle di tutta quanta la mia vita. Il potere della musica. Avevo ai miei piedi cento persone e loro nemmeno lo sapevano, sapevo che avrei potuto interrompere quel flusso di note in qualunque momento, e loro che avrebbero potuto fare? Obbligarmi a suonare qualcosa che non volevo? Nemmeno per idea. Ma mi piaceva, e suonai. Finii il corso, entrai ufficialmente nell’Unione Filarmonica Gambarognese, conoscendo così molte persone bravissime. Cominciai i corsi di perfezionamento a Bellinzona, sotto la Federazione Bandistica Ticinese, avevo un professore in gamba, sia per la teoria musicale che per la pratica, e presentai degli ottimi esami. Ero fiero di me, la teoria, il pezzo a prima vista, il pezzo studiato, il canto, il solfeggio, tutto quanto andò oltre le mie aspettative.

Poi, così com’era cominciato, il sogno finì. Interruppi i corsi di perfezionamento al secondo anno, il sabato mattina mi risultava nonostante tutto molto stressante, calcolando che ormai avevo molto da studiare, ma continuai a suonare con la banda sempre, ogni venerdì sera. D’estate c’erano dei concerti estivi a cui andavamo, ne facevamo molti, per farci conoscere nella zona, e mi piaceva molto andarci. Finii le medie, cominciai a lavorare, e pian piano il venerdì sera cominciò a pesarmi, pian piano cominciai, sempre più frequentemente, ad ignorare le prove, non andarci senza avvertire, dopo anni in cui mi sono sempre divertito. Ci furono anche delle divergenze tra il direttore della Filarmonica e la commissione, ed alcune persone, nell’arco della mia “carriera” nella banda, lasciarono il gruppo, alcune silenziosamente, mentre altre dopo aver sollevato un putiferio.

Alcune vorrei vederle ancora tra i volti di coloro che suonano con me.

Alcuni non li vedrò mai più, ma resteranno sempre nel mio cuore.

C.
postato da: AngeGris alle ore 13:57 il martedì, 24 aprile 2007 | link | commenti

Gentil Sesso?

L'unico modo in cui potrai avermi è con la forza.

Solo allora mi svelerò per quel che sono.

Questo mi dicono i tuoi occhi quando ti guardo, e sembri selvaggia. Come in un vecchio romanzo sei quella che fa perdere la testa agli uomini, e li fa girare come trottole. Ma una volta quelle come te erano rare. Ora le chiamano troie. Troppo esplicite, troppo poco pudiche, troppo impegnate a pensare al vestito, alla macchina nuova del tal dei tali, al manico. Perché non è più la persona a contare davvero. Certo, il sesso è bello, come posso negarlo, e l'amore senza sesso è come il sesso senza amore. Alla lunga fa male. E allora che succede? Stiamo cacciandoci a vicenda, è una gara a chi è lo stallone da monta migliore? Io personalmente preferisco chiamarla vita, anche se sembra davvero di trovarsi dentro a un recinto pieno di animali in calore. Anche la poesia moderna è piena di questi accenni così impuri e ben poco poetici. Ora le ragazze parlano di penetrazione con la disinvoltura con cui io dico "Stamane mi sono cambiato i calzini". Tanto di cappello a loro (anche se a sto punto preferirebbero la cappella?!) ma personalmente trovo veramente triste la situazione attuale. La donna, il gentil sesso,  sta diventando in tempi record la nuova dominatrice. Ha capito che in mezzo le gambe ha una cosa che all'uomo piace, ed ha deciso che oltre ad usarla per il proprio personale piacere, ha anche la facoltà e il diritto di utilizzarla per ottenere quel che vuole. è un argomento delicato che mi riempie di amarezza.

Vorrei poter frenare gli ingranaggi che girano frenetici nel mio cervello a volte. Prendere, aprire le ali e WHAM, trovarmi a cinquemila metri sopra a dove stavo, a guardare il genere umano che muove i suoi passi come fa la formica dentro il formicaio. Riderei di gusto. Siamo il teatrino che diverte chi ci guarda dall'alto, e non ce ne rendiamo conto.

Ma per fortuna le persone sensibili ci sono ancora.

C.
postato da: AngeGris alle ore 09:27 il martedì, 24 aprile 2007 | link | commenti (6)
lunedì, 23 aprile 2007

Per Andrea.

Io sono orgoglioso di avere un amico come te. Ti voglio bene Andy, grazie di tutto.

C.
postato da: AngeGris alle ore 23:04 il lunedì, 23 aprile 2007 | link | commenti (1)

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Utente: AngeGris
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