Ma che cosa ci faccio qui?
Mi viene quasi da ridere. In una macchina che corre a 160 all'ora diretta alla prossima città. Per prendere un battello, attraversare un lago. Raggiunger la riva. Prendere un autobus di colore giallo e rosso, arrivare davanti alla solita chiesetta. Accendere la sigaretta e scendere il sentiero, con i pensiri da tutt'altra parte, intrappolati in una ragnatela.
Devo trovarmi qualcuno.
Si, ma chi? A me non interessa il mondo fuori. Non mi importa poi molto.
L'asfalto scorre veloce sotto ai nostri piedi, le altre macchine sfrecciano tutto intorno. Mi sembra quasi che io sia fermo, e che tutto il resto del mondo si muova sotto e intorno a me. Non arriveremo mai in tempo. Lo so. Un ritardo continuo. Assimilo le cose quando ormai è tardi per utilizzarle. Conosco le persone quando è troppo tardi per imparare e cambiare con loro, diventare qualcosa di differente.
La città, frenesia e caos tutto intorno, una cacofonia di suoni inarticolati, la visuale ê fatta di strada e palazzi. Alberi, pochi.
Piangiamo continuamente la loro morte insieme ai superstiti, che tuttavia ci apprestiamo ad abbattere. Così come un boia potrebbe decapitarti con uno splendente sorriso sulla faccia.
Il battello è perso, ma poco importa. Posso vederlo partire con i miei occhi. C'eravamo a un pelo.
C'eravamo a un pelo.
Ma non è di un viaggio, che stiamo parlando. Non si limita a questo.
È la vita, perdio! La vita! La vita è una gran fregatura, un mondo fittizio di sogni e illusioni irrealizzabili, e tu ci credi, ci stai, finché non capisci che cosa c'è dietro. Finché non ti tagli o ti scotti, o cadi o ti fanno capire come davvero vanno le cose.
In che verso gira, il mondo.
C.
E quando in quei tuoi occhi scuri,
tanto grandi da inghiottirmi intero,
per traverso,
posso scorger quel lampo fugace,
sono certo che il mio annegarvi,
non ti farebbe alcuna differenza.
La certezza di questo,
cancella il resto
come mare nasconde
scritte su questa sabbia,
dorata,
ove i nostri animi giacciono,
a fissare le acque del mare.
Respiro te,
ma non sei che
parete, albero,
aria persa.
Tu non sei reale, e mi
tormenti, ogni
notte con la tua voce, ogni
piccolo istante con uno sguardo
invisibile.
Sono morto dentro.
Un quadro ad olio
che sta colando,
un'immagine che sbiadisce,
un ricordo che scompare,
guardando
una vecchia fotografia,
in bianco e nero.
C.
Osserva.
Questa è la mia ombra, sfocata.
Questo bicchiere l’ho rotto io.
L’ho rotto io.
Ti ho rotto io?
Mi hai rotto tu.
Ti ho rotto io.
Mioddio, terribile.
Ascolta.
Questo è il mio rumore, assente.
Il mio respiro, assente.
Il mio battito del cuore, assente.
Ci siete?
No, non ci siamo.
Oh, non ci siete..
Mioddio, terribile.
Tocca.
Queste sono le mie costole bianche.
Questa è la mia mano ferma.
Questo è il mio corpo inerte.
Questa la mia carne, cruda.
Posso avere del calore?
No, non puoi.
Non posso.
Mioddio, terribile.
C.
Musiche d'altri tempi, altri luoghi, aleggiano intorno. Ricordo qualche anno fa, quattro forse, era estate. Eravamo un bel gruppo, sulla ventina di ragazzi dai 14 ai 20 anni, elementi diversi dello stesso puzzle. Il lago quell’anno era splendido. Riflessi blu, verdi, cristallini segnavano ogni splendido giorno la sua superficie. Era molto caldo ma non ancora il periodo degli incendi. Si moriva, sotto alle lance d’oro zecchino scagliate dal sole sulla terra. L’acqua era fresca, ma ben poco, in confronto agli altri anni. Era al limite.
Ed in un certo senso noi stessi lo eravamo. C’era una terra tutta nuova da scoprire, l’adolescenza iniziava per me, allora quattordicenne, e tutto intorno a me il mondo si colorava di mille e più sfumature, completamente nuove ed inesplorate. Allora, un piccolo gesto sapeva darmi ancora una fortissima emozione.
Ricordo le sigarette, ma ho ricordi precedenti anche di quelle. Ricordo le canne, e non ho rimembranze più antiche di queste. Iniziai, per vedere che succedeva. Lo vidi e mi piacque. Fu un’estate indimenticabile, in giro con gli amici e la sera in spiaggia, seduti a bere, chiacchierare e fumare. Credo che la mia vita in quel momento fosse tutta lì, a cazzeggiare in spiaggia.
C.
“Svegliati, avanti! Muovi le chiappe, alzati dal letto, oggi è una nuova gloriosa giornata per te! Si prospetta una giornata limpida al sud delle Alpi, l’aria è fresca e non c’è vento. Qualche nuvola solca il cielo, ma non è un problema. Il tuo sguardo è sempre riuscito a raggiungere il cielo, quale che fosse la distanza tra te e lui.
La colazione è pronta, mangia campione, ne avrai bisogno. Le energie sono poche e devi farne buon uso. Sfrutta al meglio le tue capacità! Il blocchetto di partenza è appena fuori dalla porta d’entrata, devi salirci, poggiare i piedi, entrambi, sulla superficie metallica, e piegarti. Le dita delle tue mani devono sfiorare quelle dei piedi, la chiena deve essere un perfetto arco di muscoli, e nei tuoi occhi voglio vedere tutta la determinazione, la gioia per la competizione e la rabbia che hai dentro. Sfogala, combatti!”
Ricordo questi discorsi, quando era ancora vivo. Ricordo la forza che mi dava, alla fine era anche lui un uomo come tanti. Non era meglio o peggio. Forse era soltanto differente. Quanta distanza c’è tra il sole e l’occhio che si brucia guardandolo? E tra la notte e la benda sull’occhio ferito?
C.
Il mio malessere sale fino a coprirmi la vista, piomba su di me come colpo inferto dal mio migliore amico. Sono infranto. Mi trovo in piedi su una piattaforma di nuvole compresse, rotonda, in alto, profondamente immerso in un cielo di un color rosso scuro.
Non voglio continui.
Non voglio finisca.
È tutto così strano, è un periodo in cui vorrei e non vorrei. Vorrei poter avere un rapporto normale con qualcuno una volta ogni tanto, e non il classico ciao detto a testa bassa ed i pensieri, con lo sguardo che aleggia sul corpo di lei, leggero, forse soltanto una sensazione. Appena per un secondo.
Oh, io devo aspettare quella giusta. Bevo un caffé, mi taglio la faccia, mi getto dal balcone.
Ad angelo.
Atterro e mi rompo, ma non importa. Vorrei e non vorrei. La vita, la morte. Cose troppo grandi per me. Sono confuso.
Paura. Confusamente impaurito.
Sai che cosa? Sono da solo. Sono da solo anche con il cuore nel petto di qualche altra persona. La verità è che l'amore vero non esiste.
Lasciami mangiare il tuo cuore, se non è così. lasciami annusare il tuo umore. Lasciami gelare il tuo calore. lascia che ti renda una statua e mi spari nella bocca appena dopo averti conclusa. So come sei e nemmeno ti ho mai vista.
E nemmeno esisti.
La realtà mi è caduta di tasca, l'ho persa strada facendo. la follia l'ho consumata nel praticarla.
Resta solo la polvere.
Carlo
Credo che gli abissi profondi delle memorie di ognuno di noi, siano il posto più pericoloso e triste in cui avventurarsi. È un continuo camminare per i corridoi ed aprire stanze che dovrebbero restare chiuse. A chiave, e molte, molte mandate. Così tante che nemmeno girando la chiave per il resto dei tuoi giorni, riusciresti ad aprirle.
Ma mi piace, quel posto. Quando entro nel Labirinto, qualcosa sostanzialmente, nella mia vita non sta andando come dovrebbe.
Carlo